Variazioni sul fallo

Variazioni sul fallo
autore Pierluigi Centore
data 7 Luglio 2015
discipline Biologia / Zoologia

Diciamoci la verità. La natura evolutiva della sessualità umana non è argomento che attiri le folle a meno che non necessiti di una esplicazione pratica per essere ben compresa. Di solito il massimo dell'attenzione concessa alla questione “sesso e dintorni” contempla la lettura delle rubriche "Cuori in frantumi" e "Come farla/o impazzire a letto" o in casi disperati, un consulto con il nostro amico/a più caro/a per la risoluzione pacifica dell’ultimo casino combinato.

Mosso quindi da sana curiosità e facendo onore alla mia vituperata formazione scientifica, tempo fa, complice un momento di solitudine, mi posi l’imperitura domanda: “La forma del pene umano che scopo ha?”.

Perché vedete se l’organo più nominato al mondo servisse esclusivamente ad immettere seme nelle vagine delle nostre compagne, messo a confronto con i falli dei nostri parenti più prossimi nella scala evolutiva, (gorilla, scimpanzé ed oranghi) risulterebbe un “non senso”, un inutile spreco di carne e fantasia, apparendo ingiustificate sia le dimensioni (il più grande in rapporto alla grandezza del corpo), che la forma.

Considerato che un gorilla maschio adulto di più di 200 chili è dotato di un attrezzino di pochi centimetri e poco più grandi sono quelli delle altre scimmie antropomorfe, cosa si cela dietro il nostro “coso”?

Ebbene lo psicologo evoluzionista Gordon Gallup (1) ha raccolto la sfida ipotizzando che il grosso attrezzo che sonnecchia sotto la cintura, abbia nelle dimensioni e nella sua forma improbabile un valore adattativo e racconti qualcosa di preciso sulla sessualità umana e sui complessi rapporti tra i due sessi.

L’ipotesi di Gallup considera che il pene, il quale durante il coito riempie ed allarga il tratto vaginale, abbia dimensioni e forma funzionali sia a far arrivare lo sperma il più vicino possibile alla cervice uterina, sia a permettere l’eliminazione di sperma “estraneo” eventualmente ancora presente, utilizzando l’effetto risucchio che si genera durante l’amplesso e che è favorito dalla forma a fungo ed in particolare dalla corona del glande.

Praticamente avere un “signor pene”, risulta vantaggioso non solo perché permette di lasciare il proprio tesoretto di spermatozoi nelle aree meno accessibili della vagina ma anche perché, eliminando in parte l’altrui seme, massimizza la garanzia della paternità.

Ovviamente, da buon uomo di scienza, Gallup si è divertito a testare praticamente la validità di detta ipotesi, utilizzando molta fantasia ed ogni sorta di surrogato fallico.

L’aspetto più interessante di tutto questo è che la “teoria dell’eliminazione del seme”, ci svela nuovi dettagli sui complicati meccanismi di relazione nel genere Homo, raccontandoci di una promiscuità sessuale più frequente di quanto non si immagini e tale da essere diventata pressione selettiva così potente da portare alla selezioni di piccole (o grandi) variazioni sul fallo.