Ripari dagli uragani

autore Stefano Dal Secco
data 15 Dicembre 2016

Venerdì 8 dicembre l’uragano Otto ha attraversato il nord della Costa Rica, dalla costa atlantica verso il Pacifico. Me l’hanno spiegato, ma confesso che non ho capito il motivo per cui nella Costa Rica questo è un evento raro, nonostante la maggior parte dei paesi della regione siano continuamente spazzati dagli uragani (qui l’ultimo è stato nel 1996).

Siamo al Bosque Nuevo, la più grande azienda del continente che si occupa di produzione ed esportazione di crisalidi per le case delle farfalle di tutto il mondo (ma non pensate che sia una faccenda con stabilimenti e cancelli elettrificati, è piuttosto una fattoria a conduzione familiare; ma ci torneremo sù). Siamo a pochi minuti dal confine col Nicaragua, e l’uragano Otto ha disegnato il suo corridoio, come un gigantesco tagliaerba, a un paio di chilometri da dove ci troviamo.

Ha lasciato nove morti, lungo il cammino. Chiacchierando, i locali citano questo dato per statistica. Quello di cui invece più si parla sono gli alberi.

Una piccola digressione, di cui ho già detto ma su cui voglio ritornare. Letto dall’Europa o dagli Stati Uniti, il motto della Costa Rica (“pura vida”) per molti assume il significato di vivere in maniera spensierata, tra surf e beveroni vitaminici. Ovviamente questo vale solo per turisti sciocchi che poi rientrano in patria con il ricordo di qualche onda e molte sbornie. Per chi vive qui, la pura vida si pronuncia sempre senza il punto esclamativo, ed è una sorta di fatalismo senza melodramma.

Allora gli alberi, dicevo. Qui in fattoria, quello che tutti vanno ripetendo è che bisogna darsi da fare, perché non ci sarà più un uragano come questo per chissà quanti anni. Stamane allora ci siamo preparati per andare in foresta a dare un’occhiata. Come vi dicevo, qui sta piovendo da giorni, quindi abbiamo trovato un po’ di stivali di misure vagamente compatibili alla nostra, indossato le mantelle impermeabili d’ordinanza e ci siamo incamminati, in mezzo al fango e sotto la pioggia. Dopo i primi due passi ci ha fermati subito Chono che pur senza farci sentire dei gringos stupidi ci ha detto che è una cosa senza senso andare a piedi quando ci si può arrivare in groppa al nuovo trattore, che da poche settimane è arrivato alla finca e di cui lui è il conducente ufficiale.

Ecco allora ci mettiamo in moto: un trattore blu guidato dal piccolo Chono, e cinque gringos abbarbicati su ogni predellino disponibile, carichi di macchine fotografiche, cavalletti e microfoni.

Quando scendiamo, dopo qualche chilometro, incontriamo piccole vipere, strani viverridi di cui poi i biologi discuteranno, e mantidi, e spettacolari ragni divorati dai funghi, e altre stranezze tropicali. Poi alberi caduti, e alberi caduti e infine altri alberi caduti. Ennio continua con la raccolta delle piccole orchidee epifite da portare in serra, aiutato da Ilaria.

Prima di rientrare filmiamo un’intervista a Chono, davanti a una distesa di macerie forestali. L’uragano è passato praticamente sopra la sua casa ma come per miracolo l’ha risparmiata. Chono è una persona semplice e sorridente, vive in una semplice casetta appena oltre il limite del Bosque Nuevo, ha due figli, oltre a un numero imprecisato di altri cuccioli umani che raccoglie in giro. Se ne hanno bisogno, ovvio che bisogna portarli in casa e dar loro riparo e conforto. Mentre lo dice troviamo anche noi che sia scontato e naturale.