Quelli che salveranno il mondo

autore Stefano Dal Secco
data 29 Dicembre 2016

Stiamo rientrando da tre giorni trascorsi in un luogo della Costa Rica dove non eravamo mai stati ma che da anni volevamo conoscere. Un posto remoto dove si arriva dopo aver fatto mezz’ora in barca, un’ora di fuoristrada, e per finire un’altra oretta a piedi lungo la costa del Pacifico. Niente copertura telefonica, niente internet, wifi, satellite. Nada. Lì ci aspettava Jim Córdoba-Alfaro, un amico di Ernesto, che dal Bosque Nuevo aveva annunciato il nostro arrivo.

Vi racconto la storia di Jim perché, credete, ne vale la pena. È la storia migliore tra quelle che ho raccolto in queste settimane. Jim ha, tutti insieme, l’entusiasmo e la passione dei suoi 24 anni, una cultura scientifica che ti lascia a bocca aperta, e una maturità imbarazzante.

A sette anni Jim, che vive a San José, la capitale della Costa Rica, inizia a raccogliere e catalogare farfalle e altri insetti. Dopo qualche tempo diventa il primo ed il più giovane volontario presso il Museo Nazionale di Storia Naturale. Si prenderà cura della collezione entomologica del museo in tutto il suo tempo libero per i successivi nove anni, integrandola con molti esemplari che lui stesso raccoglie. Poi si laurea in biologia tropicale, continuando a curare i rapporti tra l’ateneo e il museo.

Invece di proseguire verso una carriera nella ricerca e nelle istituzioni per cui molti farebbero carte false, tre anni fa Jim decide di lasciare la capitale, perché vuole vivere nella penisola di Osa. Saluta tutti e arriva a Porto Jimenez, dove continua ancora oggi ad avere una cameretta, pur trascorrendo la maggior parte del tempo in foresta.

La penisola di Osa è uno dei principali hotspot di biodiversità al mondo, e misura solo circa 50 chilometri in lunghezza per 30 di larghezza. Se nell’intera Costa Rica è presente il 5% di tutte le specie viventi sulla Terra, metà di tutte quelle del paese si trovano nella sola piccola penisola di Osa. Si tratta inoltre di una vera e propria “isola”, che per milioni di anni ha viaggiato da sola nell’oceano e solo ieri (2 milioni di anni fa) si è unita al continente, anche se in un certo senso continua ancora ad essere un’isola, a livello biologico. Infatti non esistono corridoi biologici che escono dalla penisola, che è sostanzialmente circondata da aree a pascolo o da piantagioni di palma da olio. La penisola di Osa corrisponde in gran parte con il grande Parco Nazionale del Corcovado, a cui si aggiungono diverse riserve private. Si tratta di un territorio quasi completamente protetto, coperto da foresta tropicale umida. 

Abbiamo camminato sul bagnasciuga dell’Oceano Pacifico, con davanti a noi un muro di alberi, a perdita d’occhio, e nessuna traccia umana per chilometri e chilometri, in entrambe le direzioni. Stranamente, quasi nessun detrito in plastica o nient’altro che lasciasse intuire la presenza di 7 miliardi di umani, su questo pianeta. Forse quando i grandi esploratori sbarcavano per la prima volta su un continente o su un’isoletta sconosciuta, cinque o sei secoli fa, era qualcosa del genere, quello che gli si parava di fronte.

Ma Jim, si diceva. Jim conosce praticamente ogni farfalla della penisola (ti racconta di un locale che dall’altra parte del parco, lo scorso anno, ha intravisto quella certa sottospecie, tanto che ti verrebbe da pensare che non conosce tutte le specie di farfalle, ma tutti gli esemplari di farfalle, nella penisola). Ti dice che la natura in questo posto è la più bella che esista. Sogna che la gente della penisola se ne renda conto e impari a conoscerla, e che le istituzioni scientifiche internazionali inizino a studiarla come merita.

Jim lavora anche come guida naturalistica, e con la maggior parte del suo salario paga l’affitto di alcuni locali a Puerto Jimenez, dove sta facendo nascere un centro di ricerca, di educazione e conservazione, dedicato alla penisola di Osa.

“Non posso restare ad aspettare” dice. “Aspettare che arrivi qualcuno del museo o del governo con una borsa di soldi. Se anche dovessi riuscire a convincerli che è necessario investire qui, passerebbero chissà quanti anni. E non abbiamo tutto questo tempo. Sai, oggi a San José non sono più attenti all’ambiente come lo erano qualche anno fa”. 

Stiamo parlando alla luce delle candele, a pochi metri dall’oceano. La luce comunque è sufficiente per vedere i suoi occhi che si infuocano. “Non è che bisogna investire di più, basta investire meglio. Ci sono molte famiglie che fanno crescere farfalle da esportate. È un lavoro buono, che non crea problemi alla foresta. Ma mettersi in regola con tutta la burocrazia è più complicato che impiantare una piantagione di olio di palma. Dico sul serio. Una delle cose che sto facendo è dare assistenza alle famiglie locali e far loro ottenere i permessi del ministero per allevare farfalle in maniera legale”.

Se strada facendo ve lo foste dimenticati, Jim ha 24 anni. Quando ride gli occhi ridono insieme con lui, e gliene date qualcuno di meno.

Nei pochi giorni che siamo stati con lui, oltre al lavoro sul documentario abbiamo girato un’intervista di cui faremo una clip per iniziare a promuovere, in Europa e in Nordamerica, il suo progetto. Continueremo ad aiutarlo in ogni modo possibile. Perché quando siamo partiti stavamo tutti quasi piangendo. Perché quando siamo partiti lui continuava a dire “Grazie di quello che mi avete insegnato” e io a vergognarmi perché, come mi succede spesso, non riuscivo a dire quanto mi aveva insegnato lui, che ha gli anni di mio figlio (scriverlo vale, per rimediare un poco?). Perché se il mondo riuscirà a salvarsi e i nostri nipoti riusciranno ancora a vedere un elefante, un tucano, un albero di cecropia, un bradipo, sarà anche merito dei Jim Córdoba-Alfaro.