Perché sono diventato autistico
serie "deficienze"

autore Stefano Dal Secco
data 20 Maggio 2017
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Scaffale con ampia scelta di succhi di frutta. Toronto, Canada. 14 settembre 2013 (shutterstock.com)

Siete d’accordo che per quanto riguarda le nostre abitudini e credenze, i nostri atteggiamenti, il modo in cui affrontiamo la nostra giornata, quello che ci aspettiamo dalla nostra esistenza, la maniera in cui ci aggiriamo per i supermercati e con cui rimpiamo i carrelli della spesa, siamo tendenzialmente tutti americani (statunitensi), vero?

(A dire il vero, e per fortuna, questa affermazione è vera solo in quanto tendenza generale che si va affermando con il passare dei decenni. Rimangono invece, in Europa, forti resistenze ad alcune delle tendenze più deleterie dell’american way of life).

Già nel 2004 Barry Schwartz (che insegna “Teoria della società e del cambiamento sociale” a Swarthmore, vicino a Filadelfia) scriveva un libro intitolato “Il paradosso della scelta” (1) che già nel sottotitolo esplicitava: perché “di più” significa “di meno”.

Gli Stati Uniti, fin dalla loro fondazione, hanno fatto della libertà individuale e dell’autodeterminazione degli individui uno dei caposaldi del proprio essere (se non proprio IL caposaldo). Da qui derivano gran parte dei grandi miti americani: il cowboy solitario nella grande distesa dell’ovest, il vendicatore dei torti della propria famiglia/comunità, il secondo emendamento e le sue molte conseguenze, il ragazzino introverso che entra a scuola col fucile automatico, l’avversione a qualunque tipo di welfare (leggi Obamacare) ... Quest’ultimo caso mi pare emblematico: per noi europei è piuttosto difficile capire per quale contorto ragionamento l’assenza di un sistema di sanità pubblica, negli Stati Uniti, sia stato da moltissimi americani vissuto come un forte segnale di libertà e di democrazia. Se però lo inseriamo nel contesto di cui stiamo parlando (l’assoluto dell’autodeterminazione, che pervade ogni anfratto della società e degli individui) diventa comprensibile: qualunque forma di welfare, per l’America profonda, diventa una pigrizia dell’individuo, diventa una negazione di quel valore fondante per cui ognuno è artefice del proprio destino, per cui ognuno può decidere per sé e può arrivare dove vuole, dove gli salta per la testa quella mattina.

Barry Scwartz (che citavamo sopra) illustra in un TED del 2005 questo stato di cose, con alcuni esempi tratti dagli scaffali del supermarket, per poi passare ad ambiti più importanti. Se avete qualche decennio di vita alle spalle ricorderete come un tempo si andava dal medico e il medico vi diceva: avete questo problema e dovreste prendere questo farmaco, fare questa terapia, adottare queste abitudini. Oggi andate dal medico e il medico vi dice: potete seguire la terapia A, che ha questi rischi e questi benefici, o la terapia B che ha questi altri rischi e questi altri benefici. Decidete pure. E questo significa, come sempre più spesso succede, spostare l’onere e la responsabilità della scelta da una persona che ha le competenze per farla (il medico) a una persona che non ha alcuna delle conoscenze necessarie per operare una scelta (noi). E qui espandete pure da soli, con tutta l’odierna mistica della libertà di scelta, dal piano individuale al sociale e al politico.

Il punto di arrivo di questo ragionamento è (ma l’avevate capito fin dal principio) che forse questa libertà individuale e questa grande possibilità di scelta non è poi questa grande affare.

La gigantesca quantità di scelte che il mondo contemporaneo ci permette, porta paradossalmente come risultato la paralisi invece che, come ci si aspetterebbe, una maggiore libertà e una maggiore soddisfazione. Tutti passano una grande quantità di tempo, in ansia, a decidere se andare da questa parte o da quell’altra parte. E se anche con grande fatica arrivano a scegliere, poi impiegano di nuovo una grande quantità di tempo, in ansia, a pensare se poi era davvero la scelta migliore o se potevano scegliere diversamente (in economia questo si chiama “opportunity cost” o “costo alternativo”, e significa che ogni qual volta facciamo una scelta sentiamo dentro come una perdita, ed è la perdita che deriva dalle altre opzioni che non abbiamo scelto; ne consegue ovviamente che maggiore è il numero delle possibilità tra cui scegliere, maggiore sarà, in ogni caso, l’insoddisfazione derivante da qualsivoglia scelta abbiamo fatto).

 

STUPIDO È CHI LO STUPIDO FA

A questo punto mi tornano in mente Bruno Bettelheim e Forrest Gump.

Da ragazzo, per alcuni anni, sono stato molto appassionato degli studi sull’autismo (quando ancora l’autismo non derivava dai vaccini). Il libro che in proposito ricordo con maggiore affetto, ancor oggi, è La fortezza vuota (2) del grande psicanalista austriaco Bruno Bettelheim. In quei tempi non ero attratto da alcunché di scientifico e quindi non era chiaro il motivo di quel mio interesse. Dopo che ebbi visto la prima volta al cinema “Forrest Gump”, tutto mi divenne chiaro. L’autismo era interessante non tanto come patologia medica ma come metafora psicologica e sociale.

Il bambino autistico (sono certo che quello che sto per dire non sarà corretto dal punto di vista medico e scientifico, e da Bettelheim prendo solo lo spunto iniziale, per cui prendetela a vostra volta sul piano metaforico) si rinchiude dentro di sé, nella propria "fortezza" appunto, per un senso di impotenza: qualunque seppur minima azione che lui potrebbe scegliere di fare non avrà alcuna influenza sulla vita di sé e di chi gli sta intorno (per introdurre questa idea Bettelheim usa il drammatico esempio della propria esperienza personale a Dachau e Buchenwald). Il mondo post-industriale in cui viviamo è talmente complicato e presenta talmente tante opportunità, che qualunque strada sceglieremo non farà nessuna differenza, saremo comunque e per sempre miseri e desolati.

Schwartz chiude il suo intervento al TED 2005 mostrando una vignetta di una boccia di vetro con dentro dei pesci. Il pesce padre sta dicendo al pesce figlio:

 

"Figliolo, puoi diventare tutto ciò che vuoi"... Voi, persone di cultura, penserete: "Ma cosa crede quel pesce? È ovvio che non si può far nulla in una boccia di vetro" e anch'io l'ho interpretata così, all'inizio. Ma poi, pensandoci, invece, mi sono reso conto che quel pesce la sa lunga. Perché la realtà dei fatti è che se si manda in frantumi la boccia, in modo che "tutto sia possibile" non si ottiene la libertà. Si ottiene la paralisi. Se rompete la boccia in modo che tutto diventi possibile diminuite la soddisfazione. Accentuate la paralisi, e riducete il benessere. Tutti hanno bisogno di una sfera. Questa è quasi certamente troppo stretta, forse persino per il pesce, e sicuramente per noi. Ma l'assenza di qualche simbolica sfera è una ricetta per l'infelicità e, temo, per la rovina”.

 

Forrest Gump era una persona serena, ha avuto una vita felice. Bella forza, direte, era stupido. Ma Forrest Gump non era stupido, aveva solo accettato che dentro la boccia si vive meglio, dentro la boccia è possibile fare delle piccole, soddisfacenti scelte e non rimanerne paralizzati.

NOTE

(1) Schwartz, Barry. “The Paradox of Choice: Why More Is Less”. Harper-Collins, 2004

(2) Bettelheim, Bruno. "La fortezza vuota: l’autismo infantile e la nascita del sé". Garzanti, Milano, 1976