Ogni giorno, per caso
serie "deficienze"

autore Stefano Dal Secco
data 20 Luglio 2017
discipline Intersezioni

Alla fine degli anni 70, George Lucas era reduce dal successo di “Star Wars” e Steven Spielberg da “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (non proprio dei superotto di famiglia, insomma). Ciononostante fecero il giro di ognuno degli studios, e nessuno a Hollywood accettò di produrre “I predatori dell’arca perduta”. Dopo molte insistenze riuscirono a farlo produrre alla Universal. Diventò uno dei più grandi incassi di sempre e vinse 9 Oscar (1).

It’s complicated

È quasi un centianio di anni che Hollywood è una delle grandi potenze industriali globali. Tuttavia, nonostante specialisti, gruppi di discussione, innumerevoli screen test, ancora oggi a Hollywood non si riesce a prevedere il successo o meno di un film.

La fortuna o il fallimento di una pellicola è determinata infatti da una tale enorme quantità di fattori che vanno a intrecciarsi tra di loro, che in pratica è come se fosse “casuale”.

Cambiamo scena. La “Sohn Investment Conference” ogni anno riunisce i maggiori gestori di fondi di investimento (per ricordarvelo, sono macchine che fanno girare tanto denaro quanto una nazione intera). Ogni anno questi si incontrano, se la raccontano, per scoprire alla fine che in pratica nessuno (ma proprio nessuno) l’anno precedente aveva azzeccato una previsione che fosse una.

Allora, forse non è esaltante ammetterlo, non è facile accettarlo, ma la verità è che nessun umano sembra capirci nulla a proposito di nulla che sia un po’ più complicato di svegliati-mangia-caccia-dormi. La verità è che forse non siamo tagliati per questo. Non fa davvero per noi.

Non siamo fatti per “avere a che fare con la realtà”. Il mondo esiste, certo, ci siamo dentro. Solo che non lo riusciamo a vedere per quello che è, non riusciamo a leggerlo, a decifrarlo. Il fatto è che non facciamo esperienza del mondo reale semplicemente perché non ci siamo evoluti per farlo.

È davvero troppo complicato, per noi. Tutto è troppo complesso. Anche sapere se uno stupido film avrà successo è troppo difficile. Non sappiamo nulla. 

E “non sapere” non è una grande idea, sul piano dell’evoluzione (non sapere se un’ombra scura, in mezzo alla foresta, è un predatore o meno, ti porterà presto o tardi a essere mangiato). “Non sapere” fa paura, come fa paura il primo giorno fuori dalla pancia della mamma, il primo giorno di scuola, il primo appuntamento. Allora - sapete cosa? - facciamo finta che vada tutto bene, che non sia buio, che non esistano i predatori, che tutto il pesce non sia quasi finito, che non si stia sciogliendo l’Antartide e che il metano non sostituirà entro pochi decenni l’ossigeno nell’atmosfera.

 

Bello per caso

Non vado pazzo per Stephen Jay Gould. Per carità, capisco che è uno scienziato importante e un divulgatore d’eccezione, e ho anche letto alcuni suoi libri. Ma non mi entusiasma, non mi prende allo stomaco, non mi porta in alto. Qualche giorno fa però mi sono segnato una pagina di un suo articolo (“Le ricchezze del caso”) (2) che credo possa tornar buono per questa riflessione.

L’articolo inizia così: “In letteratura l’idea del caso è spesso associata al caos, alla sregolatezza o al disordine, per suscitare una visione di terrore”.

Nelle pagine seguenti discute su quale sia il posto del caso all’interno della teoria dell’evoluzione. Darwin affermava che il caso produce solo la materia prima (la variazione genetica) mentre poi è la selezione naturale (sopravvive il più adatto) a dirigere l’evoluzione verso questa o quella direzione. Tuttavia, spiega Gould, nella seconda parte del Novecento l’ortodossia darwiniana è andata sfumando e inizia invece a farsi strada l’idea che il caso non si limiti a produrre la variazione genetica, ma  ad essere anche attore del mutamento evolutivo.

Dopo alcune pagine che trattano alcuni punti molto interessanti (ad esempio il vantaggio degli eterozigoti, su cui un giorno vorrei ritornare), arriva al punto.

“Se dobbiamo ammettere il caso come un agente importante del mutamento evolutivo a tutti i livelli, come dobbiamo considerarlo? Dovremo cedere alla disperazione e proclamare che la storia della vita è caotica e inconoscibile?”

Beh, sostanzialmente Gould conclude che forse è proprio così.

“Forse il caso non è semplicemente una descrizione adeguata per cause complesse che noi non siamo in grado di specificare. Forse il mondo funziona davvero in questo modo [a caso], e molti eventi non hanno una causa in nessuno dei significati convenzionali della parola. Forse la nostra convinzione che non possa essere così riflette solo le nostre speranze e i nostri pregiudizi, il nostro sforzo disperato di dare un senso a un mondo complesso e sconcertante, e non i modi di operare della natura”.

Come dire che magari è proprio questa aleatorietà a dare interesse e ricchezza al mondo tutto e alle nostre vite in particolare. Magari è (in parte) il caso e addirittura anche il caos a rendere sopportabile questa nostra breve e incomprensibile esistenza.

 

Ossimori

Allora: forse non sapere e non capire quasi nulla, ci porta a vivere come topolini ciechi nella giungla buia, infestata di predatori, sempre terrorizzati e in preda al panico? sbattendo contro tronchi e rocce affilate, e sanguinanti cadere nel fiume dove ci attendono alligatori famelici?

Oppure invece il motore ultimo, ciò che ci fa sentire vivi, è trovare la compagna della nostra vita che appare dal nulla, su un treno che non dovevamo prendere o dentro al bar di una periferia dove ci siamo fermati durante un improbabile viaggio nei Balcani? 

Che tutto sia casuale o meno, che sia la selezione naturale del più adatto ovvero un’improbabile inanellarsi di circostanze che ci ha fatto scampare a un’estinzione … a prescindere da tutto quanto, resta il dato di fatto che noi umani siamo davvero molto complicati (la nostra struttura cellulare lo è, la nostra anatomia lo è, le connessioni dei nostri neuroni lo sono) e  molto complicato è il luogo in cui viviamo (lo è la rete delle interazioni delle specie all’interno di un ecosistema).

Ma è bello. A prescindere. Come è bello che le cose siano difficili, faticose. Come è bello uscirne sudati e stanchi. Perché non è bello arrivare in fondo, ma è bello viaggiare e raggiungere i traguardi parziali di ogni fine tappa. Perché noi sapiens siamo soprattutto degli ossimori. Il meglio che possiamo sperare è di percorrere la tappa di domani, di nuovo animati da “una disperata vitalità” (3).

NOTE

  1. William Goldman, Adventures in the Screen Trade, Grand Central Publishing, 1989
  2. in Stephen Jay Gould, Quando i cavalli avevano le dita, Feltrinelli, 2008
  3. Pier Paolo Pasolini, Poesie in forma di rosa, Einaudi, 1964