Non ci sono più le farfalle di una volta...

non esistono più le farfalle di una volta
autore Andrea Caboni
data 2 Dicembre 2016

Da quando Farfalle nella Testa ha aperto Naturama, dove è ospitata la mostra “Petali e Farfalle, l’arte della seduzione”, mi capita sempre più spesso di leggere articoli inerenti l’impollinazione in genere e gli animali impollinatori in particolare.

L’argomento è estremamente affascinante soprattutto da un punto di vista evoluzionistico: capire il messaggio contenuto in ogni fiore, scoprire le relazioni strettissime che le piante hanno creato con i propri impollinatori, capire la funzione biologica dei fiori che comunemente noi umani consideriamo semplicemente belli e profumati, sono solo alcuni degli spunti che quest’argomento offre.

Parlando con le persone che hanno visitato “Naturama” capita spesso, specialmente quando si ha che fare con i “nonni”, che mi venga riferita un’osservazione un'osservazione come questa: “Ormai non si vedono più le farfalle di quando ero giovane!”. La frase inizialmente mi sembrava un po’ uno di quei luoghi comuni che spesso utilizziamo, come: “non ci sono più le mezze stagioni” o “ si stava meglio quando si stava peggio”.

In realtà questa semplice osservazione, spontaneamente riferita da persone con la memoria ben più lunga della mia, ha un inquietante riscontro reale: gli impollinatori stanno drasticamente calando di numero e spesso, realmente, scomparendo come dcono i nonni.

Un interessante articolo pubblicato di recente su “Nature” da un team di scienziati internazionali, ha infatti messo in evidenza come circa il 9% delle specie degli impollinatori europei (principalmente api e farfalle) siano a rischio estinzione. La percentuale è sicuramente sottostimata, poiché non esistono dati attendibili per molte specie (circa 50%) di questi animali, e pertanto è impossibile stabilire con esattezza lo stato di salute di queste popolazioni.

Vi starete chiedendo cosa può interessare a noi se qualche animale insettino sparisce ... in fondo ci sono animali molto più grandi e più belli da salvare dall’estinzione, giusto?

Invece la questione ci interessa, e molto da vicino, poiché questi animali sono responsabili dell’impollinazione di oltre il 90% delle 107 coltivazioni più importanti per l'alimentazione umana, per un valore commerciale dei beni prodotti stimato tra 235 e 577 miliardi di dollari all'anno.

Quindi potete capire che, con la scomparsa degli impollinatori, non solo rischieremo di mettere in ginocchio l’intera economia agricola di buona parte dell’emisfero boreale, ma anche che beni come una mela, un pomodoro o una fragola diventino più unici che rari.

Le cause del declino sono state individuate dagli stessi studiosi e sono principalmente cinque:

  1. il cambiamenti d'uso del suolo e l'intensificazione del suo sfruttamento;
  2. il cambiamento climatico;
  3. l'uso eccessivo e indiscriminato dei pesticidi;
  4. l'invasione di specie aliene;
  5. l'attacco di patogeni (funghi, batteri e virus).

Gli stessi autori hanno individuato anche delle misure di mitigazione per questo grave problema e per la salvaguardia sia degli impollinatori che della biodiversità più in generale e comprendono:

  1. la protezione delle aree naturali e/o semi-naturali ancora non sfruttate;
  2. La riduzione del ricorso ai pesticidi attraverso l'incremento della produttività agricola, favorendo il ciclo naturale dei nutrienti;
  3. la creazione di aree di terreno adibite alla crescita di fiori, creando così degli habitat semi-naturali adatti alla proliferazione delle api e delle farfalle anche in aeree urbane o peri-urbane.

Ecco, proprio su quest’ultimo punto, ci tengo anche a ricordare un mio intervento precedente che parlava proprio di biodiversità locale e del progetto “Let it Grow” (www.letitgrow.eu) al quale Farfalle nella Testa aderisce.

E voglio concludere con una celebre frase attribuita ad Einstein: “Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”. Non sappiamo se la frase sia stata realmente pronunciata da Einstein, ne quanto questa previsione possa essere reale; ma il rischio di verificarla sulla nostra pelle è decisamente troppo alto, non trovate?