L'unico modo per essere adulti

autore Stefano Dal Secco
data 20 Gennaio 2016
discipline Intersezioni

Da molti anni mi occupo di scienza, cercando il modo migliore per raccontare le scoperte scientifiche, ho fatto libri, giornali, eventi, progetti didattici. Ho aiutato a raccontare grandi scoperte o recenti sviluppi nel campo dell’astrofisica, delle biotecnologie, della fisica dei materiali, delle nanotecnologie. E ogni volta che mi fermo a pensarci mi tornano le stesse domande: “ma perché sto facendo questo? perché io, che ho studiato e amato la letteratura, la storia dell’arte, la filosofia, continuo a mescolarmi con la scienza e gli scienziati?”.

Qualche settimana fa mi son detto che era giunto il momento di cercare qualche risposta a queste domande. Nel farlo, ho incrociato alcune idee che penso valga la pena condividere.

Scienziati vs. umanisti

Lo dico senza giri di parole: non ho mai amato la scienza. Al liceo arrivavo a fatica alla sufficienza in chimica, scienze naturali, fisica, matematica, e se dovessi provarci di nuovo accadrebbe lo stesso.

D’altro canto, mi piace frequentare gli scienziati. Rispetto ai letterati, agli artisti e ai filosofi, sono molto più divertenti (ad esempio si prendono meno sul serio, che è il metro migliore per scegliere se frequentare qualcuno o meno). In definitiva, per ascoltare Bach non c’è bisogno di saper comporre una fuga e nemmeno di descriverne tecnicamente la struttura contrappuntistica.

La scienza non è la scienza

Ma che diavolo è questa scienza? In questo strano paese in cui viviamo ci hanno abituato per secoli a definirla in contrapposizione all’arte, alla letteratura, alla filosofia. Nel porre questa dicotomia diamo implicitamente una connotazione negativa alla scienza, come di qualcosa di noioso, meccanico, squadrato, che sta dall’altra parte rispetto a ciò che è creativo, frizzante, divertente, piacevole.

Classica baggianata da "paese dei cachi". La scienza invece è un modo (l’unico modo sensato che abbiamo scovato in 200.000 anni) per conoscere il mondo in cui stiamo vivendo, capire come funzionano le cose e non farci mangiare dai leoni nella savana, e non farci ammazzare tutti dall’influenza spagnola.

La scienza ha dunque poco a che fare con l’immagine mentale che ci hanno infilato nella testa. La scienza è soprattutto creatività, curiosità, è adrenalina, è l’eccitazione di aver capito come funziona quella tal cosa: come fanno gli alberi a produrre l’ossigeno, come il sole produce calore, come gli uomini son diventati uomini e come i pesci son rimasti pesci. È sapere che le cose funzionano così “per davvero”, non perché a me torna comodo dire che funzionano così o perché stamattina mi son svegliato e mi andava di dire così.

La scienza non è Galileo, non è Fleming, non è Marie Curie. La scienza è il “metodo scientifico”. È un modo di guardare in faccia il mondo senza prenderci in giro e senza “farci prendere” in giro. È un modo per essere adulti (l’unico sensato, come si diceva); un modo per essere ciò che siamo.

Roba difficile

Dunque la scienza è la scoperta della penicillina. Però è anche la bomba atomica, le mine antiuomo, l’eugenetica e le armi chimiche.

Ovviamente sì. La scienza non è, di per sè, né bene né male. Non esiste in un vuoto morale. La scienza è fatta dagli umani ed è perciò espressione dei molti diversi umani che hanno abitato il pianeta. Proprio perché la ricerca scientifica non è un meccanismo asettico, ma è “calda”, fatta di emozioni, può esprimere violenza così come condivisione ed empatia. Gli scienziati sono uomini e donne che hanno sentimenti, che hanno le loro personali inclinazioni e che subiscono pressioni dal contesto sociale in cui vivono e lavorano.

Ed ecco allora perché non possiamo non interessarci di scienza, oggi. Non vedo alcun problema se, nel terzo millennio, uno non ha letto Platone o Cervantes. Me ne dolgo, ma non è un problema per l'umanità o per il pianeta. Invece diventa un grosso problema, se qualcuno non ha un’idea, per quanto sommaria, di alcuni dei temi oggi controversi e legati al nostro abitare sulla Terra.

Non possiamo oggi non sapere nulla di staminali, di nanotecnologie, di cambiamenti climatici. Non possiamo non avere un’opinione informata sui problemi legati all’uso dell’acqua, alle migrazioni globali, alla ricerca sulle malattie rare.

Ma sono tutti argomenti difficili! Certo, alcuni sono estremamente difficili. Ma non possiamo fare a meno di conoscerli, tant'è. Siamo qui, su questo pianeta e siamo qui oggi. Non credo sia percorribile la soluzione di fare gli struzzi e fingere di essere altrove, e non è dignitoso puntare a essere plebaglia che segue le direttive imposte dal tiranno o dalla multinazionale di turno.

Quando dovevo cercare un modo semplice per dire che cosa facevamo, ho scritto: “le cose della natura [le cose della scienza] sono belle ma complicate, perché sono scritte in una lingua che la maggior parte degli umani non comprendere, bisogna che qualcuno le traduca: noi siamo traduttori”.

Essere cittadini

Tornando a me, ho capito che è per questo che mi "mescolo" con gli scienziati, che racconto di scienza e cerco di fare in modo che la scienza (il metodo) entri nella testa dei cittadini. Perché è un lavoro da "umanista" nel senso più alto e più stringente del termine.

E un museo, un science center, un museo di scienze naturali, un centro per la didattica delle scienze, è questo che fa (nella sua concezione più moderna): non offre risposte, ai propri visitatori, ma fa si che si pongano domande, aiuta o porsi dei dubbi. E mostra ai visitatori il metodo (scientifico, logico, umano) per cercare le risposte. Ognuno avrà le proprie.

È uno dei modi che ci aiutano a essere cittadini migliori, dentro a questa società complicata che sta dentro un mondo più complicato ancora.