Il corniciaio pazzo
serie "deficienze"

autore Stefano Dal Secco
data 11 Agosto 2017
discipline Intersezioni / Psicologia

Continuo a tenervi aggiornati in diretta sulla ricerca che in questi mesi sto portando avanti a proposito di come homo sapiens possa riuscire (o meglio, non riuscire) a rapportarsi a una realtà che fa di tutto per sfuggirgli di mano. Oggi facciamo un passo avanti e vediamo come più che la sostanza faccia il contesto. Parafrasando McLuhan, “la cornice è il messaggio”.

Eravamo grosso modo al punto che ci sono un bel po’ di cose che non siamo in grado di comprendere e di maneggiare come si deve, nel modo in cui funzionano i sistemi complessi del mondo naturale e soprattutto delle società che noi umani abbiamo messo in piedi nelle ultime migliaia di anni. Abbiamo fatto più di un esempio in questo senso e credo non vi siano più dubbi su questo punto: la realtà è troppo complicata per noi.

 

Metafore

Quello che vorrei approfondire oggi è questo: dal momento che esiste una “eccedenza del reale rispetto al pensiero e al linguaggio” (1) l’uomo, inadatto ma non scemo, ha sviluppato una serie di strumenti per maneggiare questo aggeggio più grande di lui che è la realtà, come guanti da cucina per tirar sù una pentola che scotta troppo. Uno degli strumenti più importanti è la metafora.

[ Ho pensato di linkare la definizione di Wikipedia di “metafora” ma poi sono andato a guardarla e ho lasciato perdere (“è un tropo, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato” … ma vi pare una spiegazione per il popolo?). In realtà è uno di quei casi in cui è molto più facile capire con un esempio che non con una definizione: tutto il mondo è un palcoscenico; quest’uomo è un leone; il naufragar m’è dolce in questo mare. ]

Saltate questo paragrafo, se non riuscite a sopportare le digressioni accademiche (ma provateci, sarò veloce). Lo studio della metafora nella linguistica moderna, è iniziato negli anni ’50 del Novecento, fino ad arrivare a Noam Chomsky che a metà degli anni ’60 considera la metafora un fenomeno “semi-grammaticale” e sostanzialmente un accidente linguistico deviante. Dalla fine degli anni ’70 invece si cominciò a comprendere che gli aspetti metaforici sono molto di più che non semplici ornamenti del linguaggio. Come scriverà George Lakoff (2) il sistema metaforico è proprio il modo in cui funziona il nostro pensiero, e non semplicemente una struttura linguistica. Quindi, noi parliamo per metafore, pensiamo per metafore, e facciamo esperienza della realtà in maniera metaforica. Quindi, noi siamo metaforici nella nostra essenza (sì certo, dovrei dire che siamo "ontologicamente metaforici", ma poi conosco gente che se la prenderebbe).

Siamo metaforici perché è un modo di semplificare, avendo a che fare con cose troppo complicate. Se ci pensate un secondo, vi accorgerete che non siamo assolutamente in grado di fare una cosa apparentemente semplice come maneggiare, comprendere e comunicare concetti astratti; abbiamo invece bisogno di inquadrarli in una cornice concreta, fisica, in altre parole di inserirli all’interno di una metafora. L’esempio è proprio qui sopra: “maneggiare concetti”. Inoltre, a seconda della metafora dentro cui inquadrate il concetto, vengono sottolineati alcuni aspetti piuttosto che altri. Andiamo con l’esempio: la mente è una macchina (e quindi possiamo dire “la testa oggi non mi funziona bene” oppure “oggi mi sento arrugginito” o ancora “sono esaurito”). Ma possiamo usare anche un contesto differente: la mente è un oggetto fragile (e quindi dire “sto andando a pezzi”). A seconda che inseriamo l’idea astratta di “essere stanchi” nella cornice metaforica della macchina oppure dell’oggetto fragile, vengono sottolieate alcune caratteristiche dello stesso concetto astratto oppure delle altre. Il concetto astratto però è sempre più ampio, più complicato, più sfaccettato, rispetto alla maniera metaforica che usiamo per averci a che fare. Per cui, quando ne parliamo, ma anche quando ci pensiamo, non riusciamo mai a inquadrarlo per intero, ma ne vediamo solo una parte, come se fossimo in prima fila, a pochi centimetri dallo schermo del cinema.

 

The Donald

La recente e per molti inaspettata elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ha portato tra le altre cose l’attenzione sul modo in cui il linguaggio (verbale e non-verbale) agisca sui mececcanismi del consenso (3). Lo stesso George Lakoff che abbiamo citato poco sopra, scrive ad esempio:

“Tutto il nostro pensiero usa i circuiti neurali. Ogni idea si costruisce su circuiti neurali. Ma noi non abbiamo un accesso cosciente a quei circuiti. Il risultato è che la maggior parte dei nostri pensieri (si stima intorno al 98%) è inconscio. Il pensiero cosciente è solo la punta dell’iceberg. Il pensiero inconscio opera secondo dei meccanismi di base. E Trump li adopera, istintivamente, per orientare la mente delle persone verso la direzione che lui desidera: autoritarismo assoluto, denaro, potere, celebrità.”

 

Un interessante studio pubblicato nel 2011 all’Università di Stanford, in California, analizza il modo in cui si orientano le opinioni politiche di Democratici e Repubblicani a seconda del contesto linguistico e metaforico che viene usato (4). Gli ascoltatori/cittadini non hanno coscienza di come il semplice uso di un termine piuttosto che un altro possa spostare drasticamente gli orientamenti politici.

Nello studio, ai partecipanti veniva fatto leggere un breve testo che trattava del crimine nell’ipotetica cittadina di Addison. Metà dei partecipanti leggeva un testo che descriveva il crimine in città come “a beast preying” (un predatore, una bestia a caccia), mentre con gli altri veniva usata la metafora di “a virus infecting” (un virus che stava infettando la città). Quelli a cui era stata proposta la metafora della bestia erano molto più propensi a trattare il problema della criminalità con misure punitive severe, a differenza di quelli che avevano ricevuto il testo con la metafora del virus, che erano molto propensi a misure più blande e a riforme strutturali di lungo termine. Questo a prescindere dalle opinioni politiche (Democratici o Repubblicani) dei partecipanti.

 

Scimmie simboliche

Che cos’ha di sostanzialmetne differente la specie homo sapiens rispetto alle formiche, al ratto-talpa, ai gamberi? O anche alle scimmie antropomorfe? Molti scienziati ritengono che volendo individuare il punto di origine, una sola caratteristica che stia alla base della nostra differenza rispetto al resto delle specie animali, la si può identificare nel linguaggio, un sistema simbolico per rapportarsi alla realtà che ci circonda e comunicare con gli altri individui della nostra specie. Questo non significa che le altre specie presenti sul pianeta non siano in grado di comunicare. Tutt’altro. Esistono innumerevoli ed estremamente sofisticati sistemi di comunicazione, del tutto diversi dal nostro. La differenza risiede invece nell’aggettivo “simbolico” o “astratto”, affiancato al sostantivo “linguaggio”. Tuttavia abbiamo appena raccontato come la nostra capacità di riferici a concetti astratti sia estremamene imperfetta e di come siamo estremamente influenzabili dal contesto metaforico dentro cui i concetti sono collocati.

E allora siamo alle solite. Non è che questo nostro modo imperfetto di usare il linguaggio, di parlare, di ascoltare e di prendere decisioni sulla base di quello che abbiamo ascoltato, sia di per sé un problema o un handicap. I problemi derivano piuttosto dalla mancata coscienza che abbiamo di questi meccananismi. Si dice sempre che riconoscere l’esistenza del problema sia già un grande passo verso la sua risoluzione. Noi pensiamo di essere più bravi di quello che di fatto siamo, pensiamo di avere coscienza di dove andiamo e perché lo facciamo, pensiamo di avere il controllo cosciente della nostra vita e del mondo. Siamo alle solite. Non è che ci dovremmo dare una calmata?

NOTE
 
(1) Cladia Navarini, Etica della metafora. Una rilettura di George Lakoff, Vita e pensiero, 2007
(2) George Lakoff, Mark Johnson, Metafora e vita quotidiana, Bompiani, 2005
(3) Un intervento molto importante, anche se un po’ complesso, è quello dello stesso George Lakoff, pubblicato sul suo sito a metà dello scorso anno (https://georgelakoff.com/2016/07/23/understanding-trump-2/). Potete anche leggere l’intervista a Lakoff su Salon (http://www.salon.com/2017/01/15/dont-think-of-a-rampaging-elephant-linguist-george-lakoff-explains-how-the-democrats-helped-elect-trump/)
(4) Paul H. Thibodeau, Lera Boroditsky, Metaphors We Think With: The Role of Metaphor in Reasoning, https://doi.org/10.1371/journal.pone.0016782