Il batterio a cui piacque la limonata

autore Stefano Dal Secco
data 17 Febbraio 2016
discipline Biologia / Zoologia

Richard Lenski, della Michigan State University, ha condotto uno dei più lunghi esperimenti sul tema dell’evoluzione. Dal 1988 in avanti, nel suo laboratorio sono state nutrite e lasciate nei loro contenitori, generazione dopo generazione, 12 colonie di Escherichia coli (si tratta di un batterio che vive nella parte bassa dell’intestino degli animali a sangue caldo, quindi anche nel nostro). Dopo vent’anni e dopo che 31.500 generazioni di batteri si erano succedute e miliardi di mutazioni erano intervenute, una delle colonie (solo una) ha sviluppato la capacità di nutrirsi anche con acido citrico, che era tra la miscela di nutrienti che venivano loro somministrati e che non viene di norma assorbito da quel batterio.

La cosa interessante e nello stesso tempo spiazzante della teoria dell’evoluzione, per chi non è uno scienziato, è che in definitiva tutto sembra succedere assolutamente a caso. Detta in altri termini e facendo un paragone con il batterio dell’Escherichia coli di Lenski: può essere (forse) che una specifica popolazione della specie Homo sapiens, tra circa 800.000 anni, sviluppi una mutazione che gli permetterà di respirare CO2. Nel frattempo però, avrà sviluppato anche miliardi di altre mutazioni, la maggior parte inutili, alcune decisamente dannose, che hanno portato alla morte intere popolazioni e finanche fatto scomparire la specie umana da interi continenti.

Capisco che non sia esattamente entusiasmante per noi sapiens di oggi … Capisco anche che a molti sembri proprio duro da accettare ad esempio il fatto che discendiamo da amebe e che dalle amebe a noi ci siamo arrivati per un lunghissimo inanellarsi di mutazioni assolutamente casuali (se si fossero allineate un paio di buone mutazioni, potremmo essere tutti schiavi in un pianeta dominato dalle nutrie).

Capisco anche che nel classico esempio delle giraffe (“perché le giraffe hanno il collo così spropositatamente lungo?”) ai nostri occhi sembri più soddisfacente l’ipotesi di Lamarck, secondo cui le antiche giraffe senza collo si sono per milioni di anni “sforzate” di raggiungere le foglie più alte (le basse se le erano già mangiate), e generazione dopo generazione, in questo eroico atto di volontà, il loro collo si sia mano a mano allungato fino ad arrivare alla giraffa che oggi conosciamo.

Il problema è che nella realtà non è andata così. A conti fatti era molto più convincente la teoria di Darwin, secondo cui la giraffa che, per caso, nasce col collo più lungo delle altre, non patisce la fame, mangia di più, fa più figli. E tra tutti i figli dei suoi figli, quella che per caso nasce col collo ancora più lungo non patisce la fame, mangia di più, fa più figli (nel frattempo c’erano state magari anche inutili generazioni con la pelliccia verde, con la coda lunga 16 metri o albine). E questa infatti è diventata LA teoria.

Molti scienziati, oggi, sostengono che la faccenda sia ancor più complessa di quanto immaginato da Darwin. Taluni ritengono che manchi ancora qualche tassello per spiegare l'evoluzione della vita (come sembra indicare la moderna epigenetica … ma questa è un'altra storia). Tuttavia quasi tutti credono ormai che quella indicata da Darwin sia stata la via giusta.

Capisco che non sia esattamente entusiasmante per noi sapiens di oggi … Ci piacerebbe di più pensare che siamo arrivati a questo punto – noi sapiens, discendenti della proto-scimmia, discendente dei proto-pesci – con la nostra acuta coscienza e con volontà ferrea. Invece, ci siamo arrivati per caso … per evoluzione naturale. Sarà poco romantico, sarà poco gratificante, ma è andata così, e anche se tutti quanti ci mettessimo a sostenere il contrario per questo non sarebbe meno vero.

Zachary D. Blount, Christina Z. Borland, and Richard E. Lenski, “Historical contingency and the evolution of a key innovation in an experimental population of Escherichia coli” (http://www.pnas.org/content/105/23/7899)