Ernesto reloaded
(parte 2)

autore Stefano Dal Secco
data 6 Gennaio 2017

Un’intera nazione non può certo coincidere con il proprio luogo comune, ma del suo stereotipo è quasi sempre complice. È complice se non fa nulla per modificarlo. Nell’opinione comune, questo paese – la Costa Rica – da un lato viene inserita tra i più attenti alle tematiche ambientali ed è tra i luoghi con la più alta qualità della vita, dall’altro è un paese latino, con la diretta conseguenze in termini di indolenza, telenovelas e maschilismo.

Tre anni orsono. Esterno notte, un paio d’ore dopo il tramonto. Vociare di diverse specie di uccelli, in sottofondo. Un lodge semideserto, dalla parte meno frequentata del parco del vulcano Arenal. Ancora un po’ di luce in fondo sulla destra e nuvoloni sopra al cratere, come sempre. Una decina di piccole casette in legno scuro. Un filo di luci di Natale, rosse e blu, scorrono sul profilo delle cabine e collegando ognuna alla successiva. In fondo, una piccola piscina, un po’ spettrale.

Poco dopo cena (qui il sole tramonta prima delle 18 e si cena subito) ci aveva raggiunti Ernesto, sulla via del ritorno dal Bosque Nuevo verso San José. Ogni volta che lo incontri, Ernesto è sempre molto cordiale, “pura vida”, sorrisi e abbracci, ma quando ti siedi e apri una birra, talvolta ci sono un po’ di minuti di riscaldamento. Lui sta un po’ in silenzio, tu stai un po’ in silenzio. Poi qualche frase spezzata, con in mezzo intervalli appena un po’ più brevi dell’imbarazzo. Ma subito si finisce in qualche zona che gli sta a cuore e lui parte. E non si ferma per un pezzo.

Quella sera di tre anni fa, siamo stati fino a tardi a parlare (lui, noi ad ascoltare) di come bisogna fare qualcosa per cambiare le cose in questo paese. Il Bosque Nuevo, la più grande azienda che esporta crisalidi nelle case delle farfalle di tutto il mondo, che Ernesto dirige, si trova all’estremo nord del Guanacaste, praticamente al confine con il Nicaragua. È tra le aree più povere della Costa Rica. Ma non è questo il problema peggiore, secondo Ernesto.

Qui tutta la società è profondamente machista. Le ragazzine spesso fanno un figlio prima di essere maggiorenni e immediatamente, o poco dopo, i padri vedono bene di squagliarsela senza lasciare indirizzo. I migliori tra loro fanno una telefonata per gli auguri di Natale.

Quindi, a livello statistico, il tessuto sociale, là in campagna (qui tutto il paese è campagna, perché la città come noi europei la conosciamo non esiste se non nella capitale San José) è basato sul nucleo familiare giovane-madre-single-con-figli-piccoli. La madre trova lavoretti estemporanei, quando li trova. I bambini vivono sulla strada, dalla mattina alla sera.

L’alternativa è il nucleo familiare standard occidentale: madre, padre, figli. Ma anche in questo caso non va meglio, per le giovani madri. I mariti rientrano a casa a pranzo e non è considerata l’ipotesi che la donna non abbia spadellato qualche ora per portare in tavola il cibo per il maschio (per quanto poveri, del riso, dei fagioli e un pezzo di pollo non devono mancare, nel piatto del marito). In questo secondo modello, a differenza del precedente, i bambini vivono sulla strada, dalla mattina alla sera.

Al Bosque Nuevo (questo Ernesto non lo dice, ma noi già lo sappiamo) sono impegnate più di 15 persone, nell’allevamento delle farfalle. Ernesto assume persone prese tra le famiglie locali più povere, preferendo le donne.

Questo invece lo sottolinea: “Quando delle ragazze o dei ragazzi giovani vengono al Bosque Nuevo, c’è una sola condizione che metto: se venite a lavorare qui, dovete rimettervi a studiare”.

Nel frattempo tutti hanno dato fondo anche alla seconda birra, sul patio della casetta natalizia dietro l’Arenal. Ma nessuno ne chiede una terza, per non interrompere il racconto di Ernesto.

“Quello che mi fa più arrabbiare – continua – e quello su cui ci si dovrebbe impegnare di più, tutti, sono i bambini. Fino ai 6 anni sono abbandonati a loro stessi, vivono sulla terrazza di casa ai bordi della strada, come i cani. Non sopporto di vederli così. Voglio trovare il modo di fare nidi e asili, per la popolazione più povera. Dobbiamo dare le stesse opportunità a tutti. E conoscere, studiare, è l’unico modo per poter accedere a una vita migliore”.

“Mi piacerebbe riuscire a organizzare degli asili, accanto alla fattoria, in modo che le madri possano portare con sé i piccoli quando vengono al lavoro, invece di lasciarli in strada”.

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Esterno giorno. Ieri, tre anni dopo. Primo pomeriggio, sotto il patio della finca del Bosque Nuevo. Dal giorno prima c’è il sole e ha smesso di piovere. Quest’anno la stagione umida è durata un mese più del solito.

Ci ritroviamo con Ernesto dopo un paio di settimane, per chiudere definitivamente il progetto della fondazione per il Bosque Nuevo, che dobbiamo presentare tra meno di una settimana. Parliamo di un mucchio di cose differenti, cose tecniche, costi, tempi, cose così. A un certo punto scivoliamo sul quadro generale. “In Italia ci faranno queste domande, Ernesto: quali sono gli obiettivi a lungo termine del Bosque Nuevo”.

Ernesto, che si è già “scaldato” nelle due ore precedenti, parte subito. Parla di conservazione, della riserva, di ripiantare gli alberi caduti con l’uragano, di altri 50 ettari che porteranno la riserva a 350 – un affare che vorrebbe concludere nei prossimi sei mesi. Ci racconta in proposito una tipica storia latinoamericana, di un terreno adiacente al Bosque Nuevo che lui vorrebbe un giorno acquistare e annettere alla riserva. Una ventina di anni fa è arrivato da quelle parti uno straniero che lo ha acquistato ed è subito scomparso. Nessuno sembra sapere chi sia o dove sia. Il campesino che da allora vive nella fattoria a guardia dell’appezzamento con la famiglia, sa solo il nome del proprietario, ma non ha idea della nazionalità (forse è turco, forse è belga) se sia vivo o sia morto, come rintracciarlo. Ma sta lì ad aspettare. Da vent’anni.

Ernesto riassume: il fine ultimo è la riforestazione e la conservazione, quindi. Stiamo per passare ad altro ma ci ripensa.

“E la gente di qui”.

“Cioè?” ribattiamo.

“Bisogna fare qualcosa per la gente di qui. Per le donne e i bambini, soprattutto. Perché qui la gente è di una povertà assoluta, e non avranno mai la possibilità di uscire dal buco, se non gli diamo una mano. Ho lavorato a lungo per chiudere un nuovo progetto che contiamo di far partire entro l’anno. Al Bosque Nuevo produrremo ortaggi per i grandi alberghi del Guanacaste. Non abbiamo ancora dei contratti firmati ma quasi. Faremo delle serre e ci lavoreranno solo donne della zona. Abbiamo già 20 famiglie che sono state coinvolte. E dico famiglie perché accanto alle serra faremo un asilo dove staranno i bambini delle donne che lavorano. Lavoreranno mezza giornata, in modo da sincronizzare il lavoro con l’istruzione. Ecco questo è un altro degli obiettivi del Bosque Nuevo”.

Non lo so se qualcuno degli altri che erano presenti a entrambe le scene si è ricordato di quella sera di tre anni fa all’Arenal. Nella mia testa è esploso, venendo a galla come un palloncino pieno d’aria che arriva sù accelerando, liberato negli abissi della memoria.

E chiudo qui il racconto di Ernesto perché non c’è altro da dire. Come dicevo la volta scorsa: everybody loves Ernesto. Ecco perché.

 

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NOTA FINALE

Tra pochi giorni lascio questo paese per tornare in Italia. È davvero un bel posto, incontri un sacco di animali strani, passi attraverso foreste di ogni tipo, vulcani, spiagge deserte, ogni sorta di fantasticherie naturali. Incontri anche degli umani. Gli umani si lamentano del loro paese, delle istituzioni, del costume dominante. Cose così. Come da noi. Ho voluto raccontare in queste settimane di alcuni umani che, in Costa Rica, non si lamentano e basta, ma così, senza tanti squilli di tromba, fanno delle cose. Giusto per ricordarci che è una cosa possibile, che è una cosa tutto sommato normale, semmai ce lo fossimo dimenticati.