Avanti, tutti giù dalla scogliera!
prese di posizione 3: sovrappopolazione

autore Stefano Dal Secco
data 12 Agosto 2016
discipline Intersezioni
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Oslo (Norvegia), manifestazione a supporto dell’azione contro i cambiamenti climatici. Ryan Rodrick Beiler / Shutterstock.com

In natura, ogni gruppo di individui, quando si tratta di specie sociali (uomo, formiche, …) e ogni singolo individuo se si tratta di specie solitarie (coleotteri, orsi, …) tende a massimizzare la presenza della propria specie: tanti figli, più figli possibile, per dominare quel pezzo di prato, quella montagna, quell’isola, quell’ecosistema, quel pianeta. Ecco, abbiamo “gli stessi obiettivi del mio cane” (1).

Ogni essere vivente è programmato in questo modo (animali, vegetali, funghi, batteri). Tuttavia, ogni specie è interconnessa con qualunque altra e con l’intero ecosistema in cui è inserita (il “posto” in cui abita). Nessuna specie vivente (né i ratti, né i batteri, né gli umani) può crescere indefinitamente perché, oltre un certo limite, non vi sono più risorse per permettere a tutti gli individui di riprodursi e alla loro prole di diventare adulta.

Quindi la parola d’ordine è: crescere, crescere, crescere! Poi non ci si sta più e cosa si fa allora? Vi sono innumerevoli e differenti sistemi con cui un ecosistema limita il numero di individui di una specie che stanno occupando troppo spazio ecologico, mettendo in pericolo le altre specie di quell’ambiente. Conoscete tutti la leggenda dei lemming che si suicidano in massa dalla scogliera, immagino. I lemming sono dei piccoli roditori che hanno delle grandi oscillazioni nei livelli demografici – o meglio le hanno alcune specie come i lemming norvegesi (Lemmus lemmus) o i lemming siberiani (Lemmus sibiricus). Queste oscillazioni sono causate principalmente da un ciclo riproduttivo particolarmente rapido. Ovviamente, quando i lemming sono troppi all’interno del proprio territorio (il ciclo dura in genere 4 anni), non è che si lancino in massa da una scogliera per riportare il numero degli abitanti a un livello accettabile, ma semplicemente migrano, e migrando capita che incontrino nemici, ostacoli geografici, carestie, e via dicendo, e quindi spesso ci “lasciano il pelo”.

Se non ci si sta più dentro, quindi, si emigra. Questa è una delle soluzioni più frequenti. Per un certo verso, allora, non è che gli umani si comportino diversamente dalle altre specie: si riproducono, per dominare il proprio territorio. Tutti quanti ricordiamo i racconti dei nostri nonni o bisnonni, che avevano da 5 a 10 figli; eravamo un paese povero e agricolo, con una sanità arretrata, per cui molte braccia significavano la possibilità che qualcuno dei tanti figli sopravvivesse alle malattie, e più ne sopravvivevano, più braccia c’erano per arare e mietere i campi (questo dinamica vale ancora oggi in molte zone del mondo con un’economia agricola o di sussistenza). Ma oramai, e in particolare qui nell’occidente tecnologico, non è più questo il caso: tanti figli sono uno svantaggio, invece, perché bisogna sfamarli tutti.

L’idea di dominio tramite il numero di individui funzionava certamente 6.000 anni fa nella savana, e andava bene anche per Gengis Khan e probabilmente fino alla Prima Guerra Mondiale. Ma oggi che senso ha mai?

Ma torniamo ai lemming: se non ci si sta dentro si emigra, dicevamo. Si conquistano nuove terre, si sottomettono altre popolazioni, si compie qualche genocidio qua e là, per far prima. Il problema tuttavia, nel nostro caso, è lampante e insormontabile: non abbiamo più terre da scoprire, non abbiamo più nessuno da sottomettere o sterminare (a parte sterminarci tra di noi, ma a livello evoluzionistico ha poco senso). Non abbiamo una Terra 2.0, come dicono i ragazzi nei cortei.

Chi ha costruito questo videogame che stiamo giocando (uno strumento utile per studiare le dinamiche di crescita delle popolazioni sono stati alcuni giochi al computer del genere di Simcity) dovrebbe pensare a come rilasciare un upgrade o una nuova versione, perché non è rimasto più spazio, siamo arrivati al bordo del mondo utilizzabile. Mega arche spaziali per emigrare su un simpatico pianeta a 100 milioni di anni luce da casa? Colonizzare il sottosuolo fino al centro della Terra? Trasformare tutto il pianeta in una megalopoli con 100 piani di grattacieli connessi tra loro da passerelle coperte? Mandare sulla Luna la ditta che ha fatto la Salerno-Reggio Calabria per costruire rapidamente un centro residenziale?

Qualcosa di più semplice o vagamente realizzabile non viene in mente a nessuno? Ma occhio che il bello deve ancora venire. Veniamo ad alcune delle critiche che vengono portate a questo ragionamento. E i pensionati? E i consumi? Ah ecco il punto più divertente, era quello che stavo aspettavo. Ho letto di recente un lunghissimo e dotto speciale del Wall Street Journal (eccellenza dell’informazione e della riflessione economica, fiore all’occhiello del capitalismo finanziario) (2) che mi ha divertito e terrorizzato nello stesso tempo. Questa una delle tante perle: “Il prossimo anno [2016], le economie avanzate raggiungeranno una soglia critica. Per la prima volta dal 1950, secondo le stime delle Nazioni Unite, la somma di tutta la loro forza lavoro inizierà a scendere in numero, ed entro il 2050 sarà diminuita del 5%. Lo stesso succederà anche nei principali mercati emergenti, come la Cina e la Russia. Nello stesso tempo la fetta di popolazione sopra i 65 anni crescerà in maniera eccezionale. […] Le precedenti generazioni temevano che al mondo vi fossero troppe persone. Il problema di oggi è che ve ne sono troppo poche”. Dico Wall! Street! Journal! Non il giornalino ciclostilato della Parrocchia di Santa Genoveffa! Non la pagina Facebook del Bar Mario!

Onestamente, non credo che i redattori del Wall Street Journal siano degli idioti, così come non lo sono i dirigenti della Banca Mondiale o gente di questo calibro. Credo che siano quasi tutti persone brillanti, che hanno studiato come degli assatanati per tanti anni e che si meritino il posto che occupano. Credo anche che siano degli esperti. Il problema però è che forse sono troppo esperti, cioè, per rifarmi all’esempio fatto anche da Obama, e che ho già citato in un precedente articolo: credo che sappiano guidare molto bene l’aereo che gli è stato dato in mano e che quasi certamente non ci faranno precipitare. Credo però che una visione d’insieme del mondo fuori della carlinga sarebbe una buona cosa anche per loro. Sarebbe bene che non fosse il pilota a decidere la destinazione del nostro aereo, ma piuttosto qualcuno dalla torre di controllo. In altre parole, non sarebbe male che gli economisti tornassero a fare i tecnici, mentre rimettessimo al loro posto dei politici che siano in grado di scegliere la rotta.

Si sarà certo capito che su questa questione della demografia mi accaloro un poco. Il fatto è che non capisco esattamente come mai questo grande problema (che forse è IL problema) sia grossomodo un tabù planetario, nella riflessione filosofica e sociale (e lo è anche in contesto laico, anche se riuscissimo a prescindere dalle implicazioni religiose). La questione non è se la popolazione cresca in maniera esponenziale (come riteneva Malthus, e abbiamo capito che non è così) o aritmetica o per qualsiasi altra progressione. È la crescita in sé, il problema, arrivati a questo punto. Perché una cosa è crescere da 250 milioni (anno 1000) a 400 milioni (anno 1500), un’altra da 2 miliardi e mezzo (anno 1950) a 6 miliardi (anno 2000). In pochi anni supereremo i 10 miliardi e per quanti distinguo si possano mettere in campo, il 99% di 10 miliardi (cioè il numero di persone che sono sempre più arrabbiate perché non hanno abbastanza da mangiare e vedono in TV un milionario statunitense spendere il PIL dello Zambia in giocattoli da sgranocchiare per il suo Fuffi, e che verranno a casa nostra per prendersi la loro fetta) sono 9 miliardi e un pezzo.

Esisterà pure un limite oltre il quale gli umani decideranno che non ci stanno più dentro (anche a prescindere dal fatto se ci sia o meno ossigeno da respirare). Molti sono d’accordo nell’indicare che intorno ai 10 miliardi la quantità di esseri umani smetterà di crescere e si assesterà.  10 miliardi sono 3 miliardi più di quanti siamo oggi. Che cosa daremo da mangiare ad altri 3 miliardi di disgraziati africani, indiani, indonesiani (perché è lì che andranno a nascere i nuovi fortunati, mica a Treviso o a Faenza, mica in Canada o in Islanda)?

Il nostro compito è spiegare che questa cosa è un problema e che ne dobbiamo tenere conto. Fior di studiosi offrono molte diverse soluzioni, o meglio molte direzioni in cui cercare di andare, prima di mettere sul piatto l’ipotesi di lanciarci in massa giù da un dirupo come dei lemming da fumetto (in altre parole: “facciamo più figli così ci paghiamo tutti la pensione”).

E torno a una nuova citazione dal solito Jared Diamond, per chiudere: “Come gli altri animali, ci siamo evoluti per vincere la gara della riproduzione, lasciando il maggior numero possibile di discendenti; noi, però, abbiamo scelto di perseguire anche fini etici, che possono indirizzare il nostro comportamento in altre direzioni. Questa possibilità di scegliere tra obiettivi diversi è una delle differenze più radicali tra noi e gli altri animali”(3).


 

Questo articolo è il 3° di una serie:

  1. La Terra gira intorno al Sole
  2. Un'età del ferro di cecità
  3. Avanti, tutti giù dalla scogliera! (questo)
  4. Niente di sacro
  5. ... poi ci inventeremo qualcosa
  6. Attenti allo pterodattilo!

NOTE

(1) Edward O. Wilson, Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, Codice edizioni, Torino 2016

(2) “2050 Demogrphic Destiny” in http://graphics.wsj.com/2050-demographic-destiny , novembre 2015

(3) Jared Diamond, L’evoluzione dell’animale umano, Torino, Bollati Boringhieri, 2015, p.71

(*) Si veda anche un’interessante grafica sull’evoluzione della popolazione umana sul pianeta nel corso degli ultimi 2.000 anni: http://worldpopulationhistory.org/