“Teste dure, presuntuose e ostili”
Serie “deficienze”

autore Stefano Dal Secco
data 19 Aprile 2017
discipline Intersezioni

Una raccolta di articoli, che pubblicheremo nel corso dei prossimi mesi, in cui andremo a riflettere sulle nostre mancanze, sulle carenze degli umani in quanto specie e in particolare sulle lacune dei sapiens del XXI secolo: post-industriali, post-animali, post-culturali, post-intelligenti. Una serie, quindi, sulle nostre deficienze. Che sono piuttosto gravi, peraltro.

Quasi un anno orsono ho pubblicato qui un pezzo sulla genesi e le conseguenze dell’effetto Dunning-Kruger, che veniva osservato e identificato dai due studiosi americani da cui ha preso il nome quasi 20 anni fa come una seria patologia neurologica ma diventa oggi una delle metafore fondanti dell’attuale epidemia di stupidità che si sta diffondendo in tutto il pianeta, e che non guarda in faccia alcun confine geografico o sociale.

Negli interventi di questa serie parleremo di scienza e ricerca ma anche di sociologia e psicologia. Il titolo di questo primo articolo viene da un recente pezzo di Luca Sofri, il peraltro direttore de “Il Post” (che ritengo essere uno dei pochi esempi di giornalismo al passo coi tempi in Italia, proprio per quanto riguarda i modi in cui è pensato e realizzato, anche a prescindere dai contenuti). Con Sofri sono spesso d’accordo ma quello che è più interessante è che sempre si sforza di salire di qualche metro sopra le contingenze e cerca di riflettere su quanto vede e sente con uno sguardo un po’ più ampio di quello in cui la quotidianità ci rinchiude.

La frase da cui è tratto parla delle “… svolte grandi o piccole, ammesso che siano ancora possibili svolte nelle teste dure, presuntuose e ostili di tutti noi. E che questo genere di notizie, poi, per quanto grosse, parli ormai a una piccola quota di popolazione, composta in gran parte di opinioni già radicate, strutturate, e poco mobili. E comunque diffidenti e deluse”.

Siamo questi, oggi, noi. Non solo “loro”, quelli stupidi, quelli che in senso più o meno metaforico possiamo identificare come vittime dell’effetto Dunning-Kruger, quelli che credono al “sociopatico che ce l’ha fatta” e oggi siede addirittura nello studio ovale twittando che il cambiamento climatico è un complotto ordito dai cinesi, quelli che sono capaci di non sentirsi ridicoli pronunciando le parole “fatti alternativi”. Ma anche noi, quelli che si reputano “altri”, noi che immaginiamo noi stessi come l’ultimo baluardo di resistenza prima della catastrofe, noi che parliamo di scienza, di “fact checking”, noi che scriviamo davanti alla nostra porta le parole “intelligenza” e “tolleranza”. Noi. Che però accettiamo amici di Facebook solo dopo aver controllato che i loro post siano in linea coi nostri. Noi che comunque siamo “sicuri”.

Chiedo a noi (a me) di ricordare che noi non siamo “sicuri”. Ricordiamo - tanto per dirne una - che appena lo scorso anno abbiamo scoperto un nuovo gruppo di batteri che rimodella completamente il precedente modello dell’albero della vita (sto parlando di una roba che rappresenta la gran parte della vita su questo pianeta e noi non ci capivamo niente fino a ieri, come dire che pensavamo fosse una scimmia e invece era un albero).

Ricordiamoci di metterci in discussione ogni giorno, e di lasciare che i fatti rimodellino ogni giorno le nostre opinioni.